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Il racconto di Natale

>> 21 dicembre, 2010

PRANZO DI NATALE
IN CASA B.
Racconto di Mauro Patorno - Illustrazione di Massimo Palazzo
La Sala Grande era illuminata a giorno; era così chiamata perché occupava quasi la metà del piano rialzato del palazzo seicentesco che dominava Piazza della Concordia, in pieno centro storico, ad un passo dalla Chiesa Madre. Due enormi lampadari pendevano splendenti come Soli dal soffitto affrescato in colori pastello e dai quattro angoli e lungo le pareti altre luci sapientemente dirette schiarivano la scena, non lasciando spazio ad ombre, di nessun genere.
Mobili d'epoca davano austerità all'ambiente e grandi specchi regalavano immensità agli spazi. Da un lato un gigantesco schermo TV schizzava immagini che si perdevano nel nulla appena fuori dal video. Al centro del salone una lunga tavola era imbandita per le grandi occasioni: i cristalli e gli argenti riflettevano raggi dorati come aculei nell'aria e i delicati colori delle finissime porcellane, dalle forme morbide e levigate, addolcivano il bianco abbagliante del tovagliato.
Gli ospiti erano quasi tutti giunti e si aggiravano lentamente scambiandosi saluti, sorrisi e occhiate furtive. Giovanissime donne e mature signore spalmavano la loro bellezza uniforme attorno agli uomini dalle cravatte ben strette attorno ai colli flaccidi, freschi di rasatura.
Ad un tratto, come ad un cenno invisibile, tutti presero posto, ciascuno al proprio, senza errori, come se la collocazione fosse scontata e preordinata da tempo.
Quando furono seduti, in attesa, si fece silenzio. La sedia posta a capotavola, dallo schienale solo un po' più altro delle altre, era ancora vuota; alcuni ospiti seduti nei posti vicini sembravano assaporare quei momenti sospesi girando uno sguardo sornione verso quelli più distanti, che invece fissavano i calici in fila loro davanti.
Ed ecco che da una porta laterale entrò improvviso e con passo deciso un piccolo uomo: varcata la soglia alzò subito le braccia a mani aperte, a frenare l'impeto di quanti accennarono ad alzarsi per un deferente saluto e con un enorme sorriso che gli si aprì sulla faccia intimò ad alta voce:
“Comodi, comodi! State comodi! Ecco, sono già seduto anch'io” e raggiunse veloce il suo posto. La compagnia fu completa.
“Un benvenuto a tutti voi e felice di vedere tanta bellezza” disse passando in rassegna le scollature di tutte le donne che risposero con cenni di compiaciuta circostanza.
Regolando il sorriso mezzo tono più in basso aggiunse: “Il Santo Natale è ormai alle porte e prima che ognuno di noi si ritiri ad onorarlo con la propria famiglia ho il piacere di avervi qui, come ogni anno, per rinsaldare la nostra amicizia con uno sguardo ed un auspicio al nostro futuro in comune. Spero che il lavoro del mio cuoco possa rendervi felici anche stavolta.”
“Alla nostra!” esclamarono tutti alzando il calice piccolo, già opportunamente riempito. Silenziosamente il pranzo ebbe inizio e ciascuno si occupò della propria porzione.
L'entrèe era già stato servito quando l'anfitrione notò che l'ospite alla sua destra, che aveva appena toccato gli antipasti scartando quasi tutto, lasciò portar via il brodo ed annusava distrattamente il guazzetto di pesce fumante che aveva ora davanti per concentrare poi la sua attenzione su un grande quadro appeso alla parete di fronte.
“Quel dipinto è più attraente del tuo piatto?” gli chiese il Nostro.
“ Direi di sì” rispose l'altro, “ma non darti pensiero, apprezzerò il seguito delle portate.”
“Ne sono certo, ti è sempre piaciuta la mia tavola.”
L'arrosto fece il suo ingresso ed era decisamente sontuoso: i lucidi umori che ne venivano fuori si univano agli aromi che già riempivano la sala stuzzicando i sentimenti gastrici più remoti. Ma anche stavolta una porzione non fu toccata.
“Tu mi preoccupi, amico mio. Devo pensare che non stai bene?”
“Sto benissimo, davvero.”
“Non posso crederlo se non tocchi cibo.”
“E sia, allora è giunto il momento di confessarti che le tue pietanze cominciano a stancarmi, non riesco più a mangiarle. Ho sempre trovato questi piatti troppo speziati ma ho pensato, all'inizio, che era solo un fatto di gusto, che ti piace mangiar saporito. Te l'ho anche fatto notare, qualche volta, sperando che tu correggessi gli ingredienti, che tu parlassi con le cucine, che tu rendessi le cose più digeribili. Ma non mi hai mai ascoltato ed ora mi sono convinto che sotto l'uso eccessivo di questi aromi si nasconde un intento: occultare la vera natura di ciò che si serve, presentare una cosa dandole un sapore diverso. Forse perché se fosse evidente la natura di cosa si manda giù qualcuno potrebbe rifiutarsi di stare alla tua tavola.”
Mentre lo ascoltava gli occhi gli si fecero via via più socchiusi fino a diventare sottili fessure attraverso le quali inquadrarlo per bene, celare la sorpresa e capire meglio quella novità, chi fosse ora quell'uomo lì accanto.
“Dunque è questo che pensi? Sono parecchi anni che pranziamo insieme e non hai mai avuto nulla di serio da ridire; inoltre, se non ricordo male, prima che ti invitassi io, nessuno avrebbe mai pensato di farti sedere alla sua stessa tavola. Non ti sembra di essere un ingrato? Non credi di dovermi qualcosa? Cosa penseranno gli altri commensali? E quelli di loro che ti sono vicini e che tu hai introdotto qui? Per loro la nostra amicizia è più che solida. Se tu non accetti il mio cibo come fai a rimanere nella mia casa? E dove andrete, da soli?”
“Dunque mi cacci? Bene, rinunceremo volentieri, anche se con rammarico e dolore, alla tua tavola. C'è una piccola trattoria, qui vicino. Cibo onesto e un locale accogliente. Ci staremo bene: faremo lì il nostro pranzo di Natale.”
“Signori, avete sentito bene voi tutti? Sospenderemo per un istante, il tempo che il nostro ex amico ed ospite ci lasci, poiché sembra non gradire più la nostra compagnia. Naturalmente chi vuole può seguirlo, noi proseguiremo lo stesso con chi resta.”
“Chi viene via si alzi, voglio vedere quanti la pensano come me e mi seguiranno quindi fuori di qui.”
“Avevi già prenotato, eh? Ma credo che tu abbia esagerato, e di molto, nell'indicare i posti: vi basterà un tavolo da quattro in un angolo buio con un quartino di vino. A tanti vi ridurrete.”
“Vedremo! Vuoi la conta? L'avrai! Su, in piedi, si va'. Senza di noi il tuo Natale non sarà lo stesso.”
“Un momento! Voglio prima ricordare che dopo l'arrosto verrà servita la cacciagione, selvaggina di prima qualità. Non mancheranno i formaggi ed i frutti più deliziosi. Ed infine un maestro pasticcere di assoluta bravura e di fama mondiale ci farà concludere estasiandoci decisamente il palato. Per la notte resterete qui, naturalmente: le camere sono già pronte e le alcove calde. Chi vuole andare con lui ora vada, la sua bettola vi attende. Ma vi consiglio vivamente di lasciarlo andar via da solo.”
Tutti fissavano ora lui ora l'altro tra lo stupore per quel gesto inatteso ed il rapido calcolo sulla scelta da farsi. “Ma no, ma no, un momento…” fece poi uno, “forse non vi siete spiegati bene, c'è un equivoco, parlatene meglio, non può finire così.”
“A me sembra tutto chiaro, invece. Sa di tradimento!” disse un altro.
“Cambiare il gusto del cibo, questo è il vero tradimento. Io vado con lui.” aggiunse un terzo.
“Forse la colpa è tutta del cuoco, basta cambiarlo.”
Un mormorio si accese tra le signore che, sgomente, aspettavano di capire da che parte convenisse stare. Gli uomini intanto cominciarono a muoversi, scambiandosi i posti incuranti delle stoviglie già usate. Qualcuno ruttò, favorito dallo spostamento.
Poi dal fondo apparve un uomo in livrea che attirò l'attenzione di tutti. Lo fissarono mentre avanzava da un lato e, tenendosi a dovuta distanza, annunciava: “Cavaliere, c'è gente alla porta che chiede di entrare.”
“Davvero?” chiese il Nostro scivolando appena sulla sedia ed appoggiando il mento sulle dita intrecciate. “Sentiamo che vogliono” aggiunse tornando a socchiudere gli occhi.
Qualcuno si girò verso l'ingresso, accigliato.
Le luci calarono ed il pesante sipario cominciò a scivolare chiudendo la scena mentre dal pubblico si levò un cenno d'applauso.
Qualcuno s'alzò per una breve fumata in attesa dell'atto secondo.

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